Storia, arte e rarità del mezzo testone di Federico II Gonzaga

Articolo di Greta Gazzaniga

L’arte della zecca di Mantova e l’innovazione di Federico II

La zecca di Mantova e, con essa, le monete dei Gonzaga affascinano i collezionisti da sempre, soprattutto per i loro magnifici ritratti, come si può osservare nelle monete del XV e XVI secolo. Uno dei loro esponenti, Federico II, fu un incredibile innovatore e mecenate per la sua città. Questa caratteristica si riflette anche nelle sue monete, piccole opere d’arte realizzate dall’incisore Gian Battista Cavalli. Sotto Federico II, la sede della zecca si trovava nella zona più ricca ed economicamente più importante della città, ovvero il quartiere di Santo Stefano, dove era collocata anche la via degli orefici. Secondo un’ipotesi di Attilio Portioli, probabilmente fu proprio Federico II, a partire dal 1526, a passare da una gestione della zecca sotto il controllo del podestà della città a un sistema di concessione in appalto del lavoro della zecca.

Il mezzo testone di Federico II e il legame con la reliquia del preziosissimo sangue

Nella nostra Asta 12, lotto 307, abbiamo la fortuna di presentare un suo mezzo testone estremamente raro. Al rovescio sono rappresentati due angeli che sostengono il pisside contenente la reliquia del sangue di Cristo secondo la tradizione, tuttora conservata all’interno della basilica di Sant’Andrea a Mantova.

Di questa reliquia si hanno notizie a partire dall’inizio del Quattrocento e, nel 1459, viene fondata la Compagnia del Preziosissimo Sangue di Gesù Cristo, ancora oggi attiva. All’inizio del XVI secolo, la pisside originaria in vetro contenente la reliquia si ruppe. A quel punto, su desiderio di Isabella d’Este, madre di Federico II, vennero realizzati due reliquiari, sempre in vetro: uno contenente il sangue raccolto e l’altro i frammenti del primo contenitore andato distrutto. Tra i vari progetti, anche Benvenuto Cellini propose un modello per i nuovi manufatti.

Questo oggetto è riportato molto frequentemente sulle monete di Mantova, in quanto rappresentava una delle reliquie più importanti custodite in città. Oltre ai reliquiari, esistevano anche tre ciondoli d’oro contenenti parti della reliquia, portati proprio da alcuni membri della famiglia Gonzaga a testimonianza della loro devozione.

Nomisma Aste, Asta 12, Lotto 307, MANTOVA Federico Gonzaga (1519-1540) Mezzo Testone

Asta 12, Lotto 307, MANTOVA Federico Gonzaga (1519-1540) Mezzo Testone

Gian Battista Cavalli: il maestro incisore dietro i coni gonzagheschi

Per quanto riguarda l’incisore di queste monete, Gian Battista Cavalli, probabilmente era figlio di Gian Marco Cavalli, incisore che aveva lavorato per l’imperatore Massimiliano I presso la zecca di Hall. I documenti confermano di sua mano il doppio testone con al R/ la rappresentazione di Davide che suona l’arpa. In generale, gli studiosi sono concordi nell’attribuire a lui le monete di Federico II. I documenti riportano inoltre che l’incisore lavorò anche per la zecca di Reggio Emilia, realizzando lo scudo per Ercole II d’Este.

Dal “bussolotto” al “mezzo testone”: storia e rarità di un nome

Ultima particolarità di questa moneta è il suo vero nome. Tradizionalmente, in rapporto al peso dei cosiddetti “testoni leggeri”, questa moneta viene chiamata “mezzo testone”, ma in realtà all’epoca sarebbe stata chiamata “bussolotto”. Questa informazione è confermata da una grida monetaria del 1492 di Francesco II Gonzaga, padre di Federico II, che riconfermava il valore di un bussolotto a 9 soldi. Un bussolotto valeva infatti 3 grossi, esattamente come aveva dichiarato il nonno Ludovico III Gonzaga. Il testone, invece, aveva un valore complessivo di 15 soldi.

Il termine “bussolotto” era utilizzato esclusivamente per le monete di Mantova. Tale termine veniva comunemente impiegato per indicare un piccolo vaso cilindrico, probabilmente proprio in riferimento al reliquiario raffigurato su queste monete. Forse, con il tempo, il rapporto diretto della metà del peso tra un testone leggero e questa moneta ha portato gli studiosi a definirla “mezzo testone”. Anche nel CNI si utilizza tale terminologia per le monete della collezione di Vittorio Emanuele III. Tuttavia, una recente revisione dei documenti ha fatto chiarezza su questa semplificazione terminologica. Questi esemplari, oltre a essere di difficile reperibilità, raramente vengono trovati in buono stato di conservazione. Nonostante il conio stanco, il pezzo che presentiamo nella nostra asta è indubbiamente di estremo interesse numismatico e collezionistico.

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